IoArch 103 – Gennaio 2023 / Publication

Lorella Fulgenzi

“Interni che nascono dal serrato confronto tra lo spazio e il corpo, in cerca della libertà di movimento. Piante che lasciano traguardare la vista, tende come sipari, arredi ‘danzanti’ e colori usati per mettere in scena spazi cangianti.”

Luigi Prestinenza Puglisi

Per Lorella Fulgenzi il discorso architettonico è un continuo e serrato confronto dello spazio, cioè in prima istanza dei vuoti, con il corpo. Un atteggiamento che implica, nel campo della realizzazione di interni in cui Fulgenzi prevalentemente opera, una rivoluzione della distribuzione. Che avviene mettendo in discussione la separazione tra funzioni privilegiate e di servizio. Anche un bagno, una doccia possono trasformarsi in elementi nodali. D’altra parte è ben strano che nella vita dedichiamo tanta attenzione alla nostra fisicità e poi la recludiamo in loculi nascosti, spesso residuali. Motivo per il quale è spesso il nu dei servizi che struttura l’organizzazione delle zone servite e non viceversa. Con la conseguenza che si genera un gioco di volumi e di trasparenze che rendono inusuali ed affascinanti gli spazi.

Il vetro fa intravvedere la doccia nel soggiorno? Bene, se sabbiato o acidato, diventa una parete luminosa e una trasparenza vibrante che non intacca l’esigenza di pudore e riservatezza degli abitanti. E aggiunge sensualità, soprattutto in termini di percezione tattile. La rivalutazione spaziale del nucleo dei servizi al centro della casa o, comunque, in posizione strategica (nel progetto Sliding doors, per esempio, attraversa in diagonale lo spazio abitativo), permette di liberare le pareti di confine, esaltando la luce proveniente dalle finestre, spesso modulata da sottili lamelle, e realizzare un continuum architettonico di sequenze spaziali che ritmano l’intero appartamento. E inoltre di avere uno spazio centrale che, poiché necessita di altezze minori, lascia lo sguardo libero di attraversarlo. Le case, piccole o grandi che siano, hanno inoltre visuali lunghe, che lasciano intravvedere l’intero appartamento: non ci si trova mai soffocati dentro le pareti di una stanza chiusa. Chiari i riferimenti. In primo luogo alla promenade architecturale lecorbusieriana che poi non è altro che un modo privilegiato per fare spazio al corpo consentendogli di muoversi liberamente e – se gli ambienti attraversati hanno qualità e ritmo – musicalmente. In secondo luogo alle ricerche degli anni Sessanta e Settanta. Non è difficile intravedere l’insegnamento e la frequentazione con Luigi Pellegrin, un importante personaggio dell’architettura romana e italiana che aveva mutuato il tema della dialettica tra corpo e spazio da Louis Sullivan e Frank LI. Wright.

Se la casa è pensata, come dicevamo, in funzione del movimento, può diventare essa stessa un luogo magico, a partire dai mobili che possono muoversi come se fossero danzanti. Può essere ripresa una tradizione dell’architettura moderna trascurata: di Pierre Chareau e di Eileen Gray. Cioè di due outsider, autori di opere di interni indimenticabili per la loro musicalità quali la Maison de Verre a Parigi e la casa
E-1027 a Roquebrune-Cap-Martin.

L’eredità implica una attenzione minuziosa per i dettagli.

E, infatti, se osservate le case che in questo numero presentiamo, sono disegnate sino al particolare. Una esecuzione inadeguata correrebbe il rischio di distruggere la musicalità dello spazio come una stecca può mettere in crisi una intera sinfonia. Ogni lavoro è quindi un corpo a corpo con il cantiere, alla ricerca di soluzioni semplici ed efficaci: mobili e tavoli che si aprono inaspettatamente, armadi su ruote, oggetti che si ribaltano, accorgimenti per nascondere la scala o il tavolo da stiro. Mentre sedie, poltrone, tavolini e accessori di arredamento hanno la funzione di introdurre un ultimo tema importante della ricerca: il colore. Una casa che danza non può farne a meno, se no corre il rischio di trasformarsi in un balletto meccanico interessante ma algido, non sensuale. Da qui anche l’utilizzo di tende, spesso con rossi corposi e violenti, che a volte scorrono lungo binari e si trasformano in sipari che mettono in scena spazi cangianti.

Ogni danza, suggerisce Lorella Fulgenzi, richiede un proprio palcoscenico. E lei tra gli architetti italiani è sicuramente una dei più attrezzati per realizzarlo.

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