La gazza ladraConcorso di idee per la riqualificazione del WaterCityFront del Lungomare di Ponente della città di Pesaro













La gazza ladra
E’ sulle note di Gioacchino Rossini che si struttura il progetto.
Una gazza svolazza fuori dalla sua gabbia lasciata aperta; è quanto accade nell’opera lirica di Gioacchino Rossini ‘La gazza ladra’ ed è quanto usiamo come metafora, oltre che come comparazione progettuale con la partitura dello spartito di apertura dell’opera, per un progetto che vuole essere aperto e dinamico nel suo sviluppo funzionale oltre che nella sua relazione con il paesaggio e tra le persone.
Si vuole attivare un processo dinamico e di connessione con il tessuto storico attraverso le vie che sfociano sul lungomare stesso. Un sistema in grado di innescare relazione tra abitanti e abitanti e tra abitanti e turisti.
E’ cosi che nasce il progetto.
Si definiscono innanzitutto due sistemi di passeggiata diversi ma anche direttamente correlati nella loro diversità.
La pista ciclabile, linea curvilinea che sembra appena mossa dal vento, come mare calmo ma non fermo, motiva e relaziona i due sistemi.
Lo sviluppo longitudinale della pista ciclabile si muove più a ridosso dell’edificato e lascia maggiore spazio al lato che corre lungo il mare dove si sviluppano le varie funzioni connesse alla passeggiata lungomare.
Il lato sud ovest è caratterizzato da una pavimentazione di cemento colorato drenante alternato a strisce di spessore costante di verde ed il tutto è ritmato da una sequenza di alternanze che seguono lo spartito dell’ overture dell’opera sopra citata.
Questa partizione ‘musicale’ si adagia lungo lo sviluppo longitudinale dalla pista ciclabile che crea la base su cui far ‘ballare’, roteare, quelli che saranno gli elementi di design qualificanti il progetto: i nostri ‘ombrelli’ che corrono in gruppo e parallelamente al mare.
Sono loro ad accogliere nello spazio che definiscono creando occasioni di sosta con le sedute direttamente connesse. Osservando subito intorno ed avvicinandosi ai chioschi più grandi si trova il desiderio di salirvi sopra anche solo per poco godendo di uno sguardo libero verso il mare.
Si tratta di strutture appunto ad ombrello che servono a portare ombra, oltre che luce artificiale di notte, e che vogliono essere occasione per sedersi, prendere un gelato o attivare intorno una mostra mercato grazie all’uso molteplice che si sviluppa a ridosso degli stessi, collegati con i chioschi che sono info point, bagni pubblici, ricarica biciclette ed altro.
Creano dinamismo nello spostarsi da un gruppo ad un altro vista la differenziazione funzionale caratterizzata da un proprio colore. Non solo rappresentano occasioni di sosta tematica ma punti di interesse e aggregazione per mutevoli occasioni culturali promosse dalla città. In tal modo ci si apre alla popolazione tutta grazie all’uso di questi ombrelli con annessi servizi d’uso che possono essere sfruttati in correlazione e/o promozione ad un festival estivo o invernale.
Grazie alla fluidità di passaggio da un ambito ad un altro senza gerarchie formali tutto è volto all’integrazione delle funzioni e alla relazione sociale, che sia d’estate o che sia d’inverno.
Dalle immagini della serie IO NON HO MANI CHE MI ACCAREZZINO IL VOLTO del fotografo poeta Mario Giacomelli , abbiamo ‘rubato’ la gioia.
Quella gioia che Giacomelli ha ritratto nel girotondo dei monaci, in cui le tuniche prendono aria e si gonfiano.
E’ vita e noi l’abbiamo voluta raccontare e far vivere attraverso un giro di ‘ombrelli’ di forma circolare come le tuniche gonfie dei monaci attraverso una disposizione pressoché spontanea e LIBERA sia in pianta che in alzato.
La caratterizzazione degli stessi avviene oltre che per forma anche attraverso l’uso del colore.
E’ il colore a ricordarci che siamo direttamente connessi con il centro storico.
Il colore invade le strade perpendicolari e unifica il tutto.
Invade gli ombrelli che si differenziano per gruppi; il gruppo con le sedute a semicircolo per le rappresentazioni teatrali o per vari tipi di performance, come il gruppo delle informazioni locali, o il pit stop per le bici o altro.
Tutto mentre la danza di questi monaci seminaristi marchigiani si muove liberamente sulle note della ‘(La) Gazza ladra’.
L’area a ridosso del costruito è regolare nella ripetizione della sua variazione che si riferisce allo spartito de ‘La gazza ladra’, traducendo la successione delle note in termini numerici per la misura delle fasce di cemento colorato perpendicolari al costruito.
Pause di verde diversificato giustappongono una ripetizione alla successiva che nel nostro caso è la stessa ma volendo potrebbe raccontare tutta l’opera.
Qui il colore si sussegue e varia da una area all’altra riferendosi ai diversi innesti delle strade. Ogni strada ha un colore che si espande nel tracciato orditura musicale e si ritrova al di là della pista ciclabile nel colore degli ombrelli posti in corrispondenza. Ogni colore poi individua una diversa area di interesse.
L’intento è quello di andare al di là di schemi rigidi con un sistema fluido di passaggi, come sa far bene Giacomelli nel ritrarre la gioia e non la solitudine dei seminaristi.
Con il movimento degli ombrelli e con il colore vogliamo anche noi portare festa e divertimento.
Il nostro è un giocare con il movimento delle onde leggere del mare, con il rimando ai colori del paesaggio, alle sfumature dei colori floreali della natura accanto, mentre la poesia che sa portare Giacomelli la ricordiamo nelle sue immagini riproposte comunque sui muri di alcuni chioschi come sulle pareti a rete dell’ edificio di nuova realizzazione posto in fondo al viale Trieste.
Da un lato rispetto alla pista ciclabile si ha la zona a più alta interazione sociale, in prossimita del mare, e dall’altro, in prossimità dell’edificato, la passeggiata locale e quanto necessario all’edificato stesso (accessi carrabili e di servizio) in un insieme di forte riconoscibilità che sia di giorno o di notte, d’inverno o d’estate.