L’architettura di Lorella Fulgenzi
di Mario Pisani
“È preoccupante che le pubblicazioni dedicate all’architettura abbiano bandito dalle loro pagine le parole Bellezza, Ispirazione, Magia, Incanto, così come i concetti di Serenità, Silenzio, Intimità e Stupore. Tutte queste parole si sono annidate nella mia anima, e benché io sia pienamente cosciente di non aver reso loro completamente giustizia nel mio lavoro, non hanno mai cessato di essere i fari che mi hanno guidato”,
Luis Barragán, Acceptance Speech. The Pritzker Architetcture Prize 1980
Il primo interrogativo che nasce spontaneo porsi, dopo aver visitato Sliding doors, un’opera realizzata dalla nostra progettista, consiste nel chiedersi come sia giunta a quel risultato che, fuori di dubbio, mette in mostra la felicità dell’invenzione. In primis per lei che l’ha scoperta e in particolare per coloro che serenamente la vivono nel quotidiano.
La soluzione realizzata riesce a tenere insieme la seduzione dei diversi punti di vista, difficilmente percepibili dalle foto, con l’efficienza della conclusione individuata nell’organizzazione e impiego dello spazio. Viene da chiedersi quale sia il percorso compiuto dalla mente, prima di trasferire l’ipotesi sulla carta che l’accoglie e permette di prefigurare le prime linee progettuali. Nasce spontaneo il desiderio di rintracciare le diverse fasi che precedono la soluzione finale. Gli intinerai interrotti, i ripiegamenti effettuati, i dubbi via via superati prima di giungere alla soluzione finale che possiamo affermare essere non solo ricca di intuizioni affascinanti, ma in grado di ribaltare e dilatare la tradizione consolidata dell’abitare.
Viene inoltre da chiederci cosa vuole comunicare a noi che, come tutti coloro che attraversano questi spazi pieni di meraviglia, scopriamo l’intelligenza del risultato, unita all’indubbia capacità di modellare lo spazio, riuscendo ad intuire di slancio le possibili variati. Sono queste che superano la tradizione consolidata della residenza organizzata attraverso le abituali stanze: cucina, pranzo, soggiorno, bagno e letto, per prospettare una continua possibile flessibilità e mutazione delle dimensioni, in grado di essere realizzata con pochi tocchi, grazie a pareti mobili che permettono una continua variazione per ottenere, in base alle diverse necessità, il migliore risultato possibile, anche all’interno della giornata.
Alberto Savinio, in Casa “La Vita”[1], rammenta che questa è «come una casa ingombra di un invincibile bric-à-brac, folta di presenze ominose, che possono essere una poltrona o il busto impolverato di una divinità pagana. Vivere è attraversare, in una sorta di perpetua allucinazione, le stanze di questa casa, dove gli oggetti allusivi continuamente si moltiplicano».
Nel nostro caso tutto sembra ridotto all’essenziale e che la casa sia divenuta una sorta di rito di passaggio che va oltre le quattro mura guidandoci fuori, all’aperto, in un ameno giardino che sembra avvolgerla e proiettare all’interno, grazie ad ampie finestre a nastro, la visione di uno spazio aperto ricco di alberi e piante, di piacevoli aree di sosta, di spazi dimensionati per l’accoglienza di amici pronti a scambiarsi con un bicchiere di vino storie ed esperienze vissute.
«Nel giardino l’architetto invita gli alberi e le piante a collaborare con lui. Un bel giardino è presenza permanente della natura: la natura ridotta a proporzione umana e messa al servizio dell’uomo, è il più efficace rifugio contro l’aggressività del mondo contemporaneo[2]».
Realizzare un giardino è anche la risposta più idonea al fatto che ogni giorno, intorno a noi, vengono distrutti angoli di mondo creati dalla sinergia dell’uomo e della natura, episodi carichi di un senso, di profumi, di immagini mutevoli e dotati di un proprio personale carattere, di una voce propria. Piantare un giardino è compiere anche un segno di sostegno verso la natura minacciata.
L’architettura di Lorella Fulgenzi potremmo dire che indica una possibile soluzione all’architettura dell’abitare in grado di superare i consunti canoni del Novecento. Questi erano severamente segnati dalla contrapposizione tra l’opulenza della villa e la misera essenzialità dell’abitazione popolare, per portarla nel nostro tempo. Qui, la casa unifamiliare, sia espressa singolarmente o in un palazzo residenziale, raccogliere e rappresenta oltre sé stessa un brano urbano, un episodio della città post-industriale dove chi la abita può al suo interno, con la semplice variazione e flessibilità degli spazi, anche lavorare, produrre, rilassarsi con la famiglia o gli amici, isolarsi o vivere in rapporto col verde e il paesaggio.
In questo caso caratterizzata dal termine impiegato esprime una ricchezza dei significati che vanno insieme alla realizzazione di una essenzialità delle forme, consapevole che lo spazio può e deve essere disponibile ad una pluralità degli usi. Ne deriva una maturità raggiunta dove articolazione planimetrica, relazione col suolo, materiali innovativi e varietà di colori, sono tutti indirizzati alla massima intensità possibile.
[1] Alberto Savinio, in Casa “La Vita”[1], Milano: Bompiani, 1943; Milano: Adelphi, 1988
[2] L. Barragàn in R. Rispa, A. Siza (a cura di), Barragan. The complete works, Thames & Hudson Ltd, London 1996, pag. 27